Gian Carozzi Natura morta con seppie 1942
L'eleganza testuale del Realismo Ligure Italiano di metà secolo
Questa natura morta con seppie di Gian Carozzi (1942), risalente ai suoi primi anni a La Spezia, raffigura due cefalopodi su uno sfondo scuro reso con toni terrosi e pennellate fluide, evocando la tradizione ligure delle composizioni marine.
Olio su tavola, in stile realista con un'enfasi sulla texture e sulla luce naturale, l'opera riflette il suo primo interesse per la materia organica, prima del suo trasferimento a Milano.
Nel 1942, Gian Carozzi partecipò alla XVII edizione della mostra dei Littoriali a Trieste e a Vienna. Dilvo Lotti ha scritto sul *Meridiano di Roma* che l'opera di Carozzi è stata una delle rivelazioni della mostra.
Sempre nel 1942, partecipa alla 1° Mostra Nazionale d'Arte che celebra l'agricoltura, la frutta, i fiori e gli animali a Verona - Premio Verona.
L'opera, firmata e datata dall'artista, fu esposta ai Littoriali del 1942, evidenziando il suo coinvolgimento nella scena artistica fascista, ma con un tono introspettivo e antiretorico.
Quest'opera d'arte, mai presentata prima sul mercato, proviene da un'importante collezione privata europea ed è impreziosita da un'imponente cornice originale in legno laccato, in ottime condizioni.
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Giancarlo Carozzi detto Gian (La Spezia, 29 marzo 1920 - Sarzana, 20 gennaio 2008) è stato un pittore italiano, esponente del movimento space.
La formazione artistica di Carozzi inizia frequentando il Liceo Artistico di Genova, dove decide di coltivare la sua attitudine giovanile al disegno e alla pittura.
La solida formazione storico-artistica, inoltre, deriva da un curioso sforzo da autodidatta, più che dall'insegnamento scolastico.
Aveva da poco intrapreso la carriera di artista quando all'età di ventidue anni fu chiamato alle armi e assegnato alle forze armate in Grecia.
Tornato in Italia intorno all'estate del 1943, decise di unirsi alle bande partigiane di Giustizia e Libertà.
Durante la militanza sfugge a un rastrellamento tedesco in Val di Magra.
Con l'incoscienza della sua giovane età, il partigiano Carrozzi passa indenne da una storia all'altra fino al '45.
Nell'estate del '45 si recò in bicicletta a Firenze, dove - insieme all'amico scrittore Manlio Cancogni - visitò una mostra di arte francese allestita a Palazzo Pitti e curata da Bernard Berenson: rimase colpito dalla pittura di Paul Cézanne, di cui ammirò undici dipinti appartenenti alla collezione di Egisto Paolo Fabbri e Charles Alexander Loeser.
Da quell'incontro fondamentale con l'opera dell'artista di Aix-en-Provence, la ricerca intrapresa da Carozzi fin dai primi anni di formazione diventa ancora più rigorosa e fanatica, ovvero il tentativo di cogliere, attraverso la pittura, l'essenza della realtà, il vero contenuto del significato degli oggetti, tralasciando ciò che è superfluo e - solo per questo - effimero.
In quel periodo, le giornate di Carozzi erano infatti tutte dedicate all'analisi della costruzione cézanniana nel suo studio.
A La Spezia nel 1947, grazie all'incontenibile attivismo di Vincenzo Frunzo e al sostegno etico-critico di Corrado Cagli, nasce il Gruppo dei Sette di cui Carozzi fa parte (gli altri associati sono: Gino Bellani, Carlo Giovannoni, Guglielmo Carro, Vincenzo Frunzo, Bruno Guaschino e Giacomo Porzano). L'anno successivo visitò un'edizione particolarmente significativa della Biennale di Venezia, entrando per la prima volta in contatto con la pittura non figurativa: ebbe modo di apprezzare l'opera di Kandinskij, un pittore sul quale cambiò il suo giudizio nel corso degli anni, così come - nella collezione Guggenheim - rimase impressionato da Jackson Pollock, allora un artista semi-sconosciuto.
Terminata l'esperienza cézanniana, affronta la pittura astratta, seguendo e rielaborando le intuizioni degli artisti che più lo avevano ispirato: i risultati di quel periodo sono opere originali e istintive.
L'influenza dell'espressionismo astratto è quindi evidente soprattutto nei dipinti del '48, tele che però anticipano già la pittura successiva più innovativa di Carozzi.
Nel 1949, anno della rinascita del Premio di Pittura Golfo della Spezia, Carlos viene subito premiato da una commissione presieduta da Valentino Bompiani e composta da Carlo Carrà e Carlo Ludovico Ragghianti per l'opera "Metamorfosi della Grotta Azzurra", un esempio dell'eco surreale che caratterizza la sua arte fino alla partenza per Milano.
In quegli anni la capitale italiana dell'arte era Milano, dove i movimenti pittorici - d'avanguardia e non - si moltiplicavano e si fondevano.
Giancarlo Carozzi lascia così La Spezia nel 1949 per Milano quando è già tecnicamente maturo, tra fondamenti accademici, la passione giovanile di Cézanzani e una prima conversione all'avanguardia artistica.
Essere pittori astratti rappresenta in quel momento, più che una scelta di campo, una sorta di conversione fideistica, un modo brusco di tagliare i ponti con la tradizione figurativa.
A Milano partecipa al Premio Diomira per giovani artisti sotto i trent'anni; le opere che espone colpiscono l'attenzione di Carlos Cardazzo che gli dedica una mostra personale alla Galleria del Naviglio.
Beniamino Joppolo, nell'introduzione alla mostra di Carozzi del 1950, lo definisce "un pittore surrealista ma surrealista di un surrealismo che ha saputo seguire il surrealismo nel suo logico futuro".
Infatti, i piani, le atmosfere e anche gli oggetti, le forme, i movimenti si muovono in una realtà intuita ma non controllabile con occhi, tatto, orecchie".
Forme biomorfe di una realtà più extraterrestre che naturale, rocce dalla genesi organica che si impossessano di un palcoscenico onirico che ricorda l'esperienza metafisica di De Chirico, proiettato su un infinito con pianeti e stelle: questo fa del surrealismo di Gian Carozzi una "terza via" più vicina all'astrattismo: il dipinto non include una realtà fatta di elementi onirici ma plausibili (come nella pittura di Dalí), ma piuttosto una realtà fantastica, raggiungibile e realizzata solo nella forma del pensiero.
Il 1950 è un anno molto prolifico per Carozzi, infatti partecipa alla XXV edizione della Biennale di Venezia e ottiene al "Premio del Golfo" il riconoscimento della giuria presieduta da Carlo Ludovico Ragghianti e composta da Renato Guttuso, Felice Casorati, Carlo Carrà, Marco Valsecchi e Ubaldo Formentini.
Nel frattempo, Lucio Fontana arriva a Milano da Buenos Aires e porta con sé il "Manifesto Bianco" e inizia a proporre alla comunità artistica vari documenti sullo Spazialismo.
Alla Galleria del Naviglio di Milano Carozzi vede "Ambiente spaziale a luce nera" e ascolta la conferenza di Beniamino Joppolo, pittore e teorico dello Spazialismo; in quei giorni assiste alla definitiva scissione (sia politica che culturale) del Fronte delle Nuove Arti; va alla presentazione della quarta cartella, alla Galleria Salto, di Arte Concreta (con litografie, tra gli altri, di Afro, Soldati, Veronesi, Dorfles e Fontana).
Poi legge con crescente curiosità la "Proposta di regolamentazione del Movimento Spaziale" ovviamente firmata da Lucio Fontana e Milani, Giampiero Giani, Beniamino Joppolo, Roberto Crippa e Carlo Cardazzo.
An He è tra i fondatori dello Spazialismo e la mostra di Carozzi ai Navigli è un grande successo.
Fontana, vedendo i suoi quadri, lo avvicina per dirgli: "Sei un pittore spaziale". Pochi giorni dopo viene scritto il Manifesto della Space Art e Carozzi firmerà - con maggiore consapevolezza ma mai con eccessiva convinzione - il Manifesto della Space Art per la televisione.
Dal 1950 al 1952 partecipa alla vita e alle mostre degli Spazialisti: "He" (questo è lo pseudonimo con cui appare sui manifesti) espone alle mostre del gruppo con Lucio Fontana, Roberto Crippa, Gianni Dova, Beniamino Joppolo, Cesare Peverelli, Mario Deluigi.
Si ricordano molti dibattiti alla Galleria del Naviglio, incontri in cui Joppolo ha la funzione di teorico del movimento; nonostante la giovane età, Gian Carozzi è considerato da molti del gruppo un leader e un maestro.
Il suo talento gli impedisce di aderire alla poetica spazialista e di spingersi ben oltre il fascino di Lucio Fontana, uomo molto più maturo e artista di grande genio.
Gian Carozzi si stacca lentamente dal gruppo e si osserva il suo stile orientato al non contingente, sviluppando nuove forme e simboli appartenenti al subconscio o - meglio ancora - brillanti intuizioni di una realtà immaginaria, che evoca la realtà conosciuta senza rappresentarla.
Nel '57 lasciò Milano e si diresse a Parigi; nacque un amore che sarebbe durato vent'anni. Affitta uno studio in rue d'Assas, proprio vicino allo scultore Zadkine e al giardino del Lussemburgo.
A Parigi trovò Cancogni, corrispondente dell'Espresso, e Joppolo che, allontanatosi dallo Spazialismo, aveva già vissuto lì per un anno.
La vita a Parigi è molto dura per un pittore, Carozzi conosce pittori famosi che trascorrono una vita miserabile, lavorando molto e vivendo con poco "a Parigi - dice Carozzi - nessuno viene chiamato maestro come accade in Italia". Espone al Salon d'Automne, al Salon des Réalité Nouvelle, al Salon de Versailles e al Gran Palais alla mostra Présence Européenne e Art Contemporaine International dove rappresenta l'Italia insieme ad Arnaldo Pomodoro, Alberto Burri, Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi e Roberto Matta.
Per l'I.T.T. francese esegue grandi dipinti per la sala riunioni e nelle fabbriche di Saint Omer, oltre a una serie di dipinti murali.
Divenne amico del pittore russo Simon Segal, uno degli ultimi esponenti della Scuola di Parigi e fautore di un neo-espressionismo particolarmente efficace nel ritratto; conobbe alcuni artisti italiani che vivevano a Parigi tra cui il vecchio Gino Severini (futurista della prima ora), Alberto Magnelli e lo scultore Carlo Sergio Signori.
La sua amicizia con lo scultore Émile Gilioli inizia invece nel '62: Carozzi si reca nel suo studio e le opere di Gilioli lo affascinano molto.
A sua volta, Gilioli visita l'atelier di Carozzi ed esprime il suo apprezzamento. Lo scultore parigino, che dopo una vita molto dura aveva raggiunto il successo qualche anno prima con un'importante mostra di Carré, è famoso per non dare alcun aiuto ad altri artisti.
Tuttavia, con grande sorpresa di Carozzi, un giorno si presenta nel suo studio un collezionista belga che acquista diverse tele.
Gli incontri sono molto frequenti, spesso i due si ritrovano in un campo vicino al cimitero di Montparnasse dove organizzano, insieme ad altri artisti, partite di bocce. A Gilioli piace avere amici pittori e scultori a cena nel suo Studio; da lui Gian Carozzi conosce - tra gli altri - Serge Poliakoff, Jean Dewasne, Yaacov Agam, Jean Deyrolle.
Questi contatti possono indurci a pensare che Brilliante abbia una vita "mondana e brillante", in realtà si tratta di brevi e occasionali pause all'interno di una vita solitaria.
Il Louvre è la sua vera casa.
L'artista ama trascorrere ore davanti alla pittura italiana, oltre ad avere una particolare predilezione per Poussin, Chardin e Corot.
Credo di aver capito a Parigi che cos'è la pittura, intendo però quella che Roberto Longhi chiamava pittura-pittura.
Penso che non ci sia altro modo che rivolgersi ai maestri del passato e ad alcuni contemporanei: Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Giovanni Bellini, Chardin, Corot, Cézanne, insomma gli stessi pittori che Morandi amava ai quali, ovviamente, aggiungo Morandi stesso".
(Gian Carozzi, Intervista di Ferruccio Battolini, 1984)
Nei suoi dipinti, soprattutto negli ultimi anni, la lezione di questi maestri è evidente.
Gian Carozzi passa intere giornate davanti al cavalletto, ma spesso la tela rimane bianca o, dopo aver lavorato, distrugge ciò che ha fatto, soffrendo di un'eterna insoddisfazione che lo tormenterà per tutta la sua carriera.
Segue tutte le mostre, che sono tantissime, e le sue idee sono sempre più confuse; a Parigi, però, Carozzi ha l'opportunità di superare la crisi del sovraffollamento di immagini rifugiandosi nel Jeu de Paume dove può - per l'ennesima volta - dialogare in silenzio con il "suo" Cézanne, autore spartiacque della sua formazione e passione giovanile mai spenta.
Tuttavia, si rende conto che con l'esperienza astratta ha abbandonato completamente il disegno, ha perso la capacità costruttiva appresa negli anni di studio.
Decide quindi di abbandonare per il momento la pittura e di dedicarsi solo al disegno. A Montparnasse, il quartiere in cui vive, si trova l'Accademia della Grande Chaumière, dove hanno lavorato illustri pittori, da Corot a Matisse.
Lì, dalla mattina alla sera, i modelli si succedono in tutte le pose possibili e tu lavori, insieme ad altre 20-30 persone dai sedici agli ottant'anni, in assoluto silenzio.
Gian Carozzi disegna spesso con la modella durante la giornata, passando da grandi disegni a carboncino ben studiati a schizzi veloci e immediati.
Questo lavoro oscuro e faticoso dura tre anni ma è - per il pittore - indispensabile: l'esperienza della Grande Chaumière, insieme allo studio instancabile dei grandi, induce Gian Carozzi a una lenta revisione della sua arte.
Parigi rappresentò quindi per l'artista una sorta di lungo esercizio preparatorio, forse più umano che estetico, al suo splendido ritorno alla figurazione.
Nel 1979 l'artista decise di tornare nella terra d'origine, la Val di Magra, scegliendo in particolare la città di Sarzana, dove è autore delle quattordici tavole a colori del libro La cucina della Lunigiana, edito da Longanesi.
Nella sua decisiva maturazione artistica rinuncia volontariamente al "colore-colore", lavora essenzialmente con le "terre" che sono fondamentalmente il colore dell'affresco. "Questo non significa - precisa Carozzi - che io non ami i grandi coloristi, Matisse in primis"; la scelta dei colori aiuta a comprendere l'atmosfera che, con le preponderanti "terre", l'artista vuole ricreare, ovvero la realtà umano-naturale che ha assimilato e trasformato durante il soggiorno parigino, in un appuntamento permanente con il nucleo delle cose: le sue nature morte, i suoi paesaggi, persino alcuni dei suoi ritratti, sono un elogio del micro al posto del macro, dove il micro nasce a sintesi e geometria costruita, in linea con l'irraggiungibile modello di Cèzanni.
Nelle nature morte Carozzi ricorda l'esperienza di Chardin e Cézanne attraverso l'evidenza plastico-emotiva delle forme e l'approccio prospettico appena forzato per permetterci una visione profonda e globale dell'immagine.
La produzione figurativa degli ultimi trent'anni di vita è ansia di sintesi, tensione all'astratto, riduzione all'essenziale per cogliere il senso originario delle cose; ma questa lunga ricerca, iniziata negli anni Quaranta, non può germinare l'essenza della realtà e non può che trasformarsi in un ciclo infinito tra figurazione e astrazione: le ultime forze di Carozzi - pittore instancabile - saranno impiegate in un estremo, interrotto, ritorno all'astrattismo che racchiude in sé il senso dell'intera opera dell'artista.
Nell'agosto del 2000 la città di Sarzana gli dedica una grande mostra, divisa in due prestigiosi spazi: in una sezione sono esposte le opere del periodo spaziale milanese dal 1949 al 1955, in un'altra le opere recenti dal 1985 al 2000. Del 2003 è invece la mostra "Carozzi, 1956-1960, organizzata dalla galleria sarzanese Cardelli & Fontana.
Le dimensioni si riferiscono al telaio incluso
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