Jack e Jill II (Pulcini e pulcini e a volte cazzi)
Edizione 3/10, 20x24cm, 2016, stampa digitale a C,
basato su una Polaroid, inventario dell'artista 20014.03
non montato
L'arte di Stefanie Schneider: Un sogno di percezione e memoria
Negli strani e mutevoli regni dell'opera di Stefanie Schneider c'è una bellezza inquietante, di quelle che non si vedono tanto quanto si sperimentano: si sentono nel midollo, si capiscono per frammenti. Il suo non è un mondo di chiarezza, ma di percezione: un paesaggio in cui la realtà si piega, si distorce e diventa qualcosa di più simile agli stati onirici che Huxley ha spesso esplorato, dove i confini del sé e del tempo si confondono.
Le sue immagini sono una forma di disillusione, o forse un morbido risveglio, una rinascita di ciò che crediamo perduto. Attraverso l'obiettivo sbiadito della Polaroid, un mezzo che cattura sia la purezza che l'imperfezione della memoria, Schneider ci reintroduce in ciò che c'è dall'altra parte del velo. Non stiamo semplicemente guardando l'immagine, ma siamo dentro di essa, sospesi nei momenti languidi e semi-ricordati tra il sonno e la veglia.
Le figure nelle sue fotografie - spesso donne, così evocative nel loro isolamento - si muovono in un deserto di spazio sia letterale che psicologico. Il colore sembra sfarfallare come una visione allucinatoria, trascinandoci verso un'esistenza che è allo stesso tempo bella e tragica. C'è una qualità androgina nel suo lavoro, una suggestione di identità non fisse ma in movimento, come se la forma umana stessa fosse una cosa malleabile, facilmente allungabile e alterabile dalle forze del tempo e delle emozioni. Queste figure esistono sia come individui che come archetipi, come se lo spettatore potesse calarsi nei loro panni e lasciarsi alle spalle il proprio io, sperimentando cosa significa essere altro, essere qualcosa di fugace, mai del tutto presente ma sempre ricordato.
Come il migliore dei sognatori, Schneider gioca con il tempo, facendo collassare passato, presente e futuro in una sorta di momento eterno, dove nulla è permanente e tutto è soggetto alle leggi dell'impermanenza. C'è una profonda tristezza in questo: la consapevolezza che l'atto stesso della memoria è un atto di perdita. Eppure, c'è anche uno strano tipo di liberazione, una libertà nell'abbracciare l'inevitabile decadimento delle cose, la trasformazione dei momenti in qualcosa di lontano e allo stesso tempo intimo.
Il lavoro di Schneider non si limita a catturare il mondo, ma lo distilla in qualcosa di più surreale, più inafferrabile. Attraverso la lente della memoria e la tavolozza dei colori sbiaditi, ci trasporta in un luogo in cui non siamo semplici spettatori ma partecipanti, toccando l'irraggiungibile, comprendendo la fugacità e, forse soprattutto, ricordando la bellezza delle cose che non possono essere trattenute.